Dove e come trovare il salmone buono per noi e per l’ambiente

 Dove e come trovare il salmone buono per noi e per l’ambiente

Al supermercato, una confezione di salmone affumicato da 100 grammi costa dai 3 ai 5 euro. The Guardian, noto quotidiano britannico, che, essendo il Regno Unito il più grande consumatore di salmone al mondo, deve essere sicuramente preparato sull’argomento, sostiene che, per avere garanzia di bontà e salubrità, il salmone dovrebbe costare almeno 7 euro l’etto.

La regola generale della lettura dell’etichetta dei prodotti che compriamo è sempre valida e, in questo caso, essenziale per comprendere la provenienza del pesce e le sue caratteristiche (tecnica di pesca sostenibile o meno dal punto di vista ambientale, allevato o pescato).

Oltre a questo, è bene anche fare attenzione all’aspetto del pesce: le striature bianche, che costituiscono la parte grassa, sono presenti in misura maggiore nei pesci allevati; il colore più intenso, indice di una dieta a base di crostacei, si trova solo negli esemplari pescati o negli allevamenti distensivi, poiché ai salmoni allevati intensivamente vengono dati integratori che non riescono a riprodurre la tonalità naturale.

Altri due fattori importanti sono la compattezza della carne, che nel pesce pescato è maggiore, solida quasi quanto la carne di manzo, e la disponibilità: il salmone pescato, che proviene solitamente dal Pacifico, si trova tra fine primavera e l’inizio dell’autunno. Se si compra in inverno è invece certo che provenga da allevamenti al largo della Scozia, della Norvegia, del Cile e del Canada, anche se preso in pescheria.

Il prezzo, come già detto, è il primo indicatore di qualità: se una confezione di 100 grammi di salmone costa meno di 7 euro, può significare anche che sia stato allevato in gruppi di 100 mila esemplari in vasche da 30 metri di diametro, con tassi di mortalità che raggiungono il 25% (in Scozia dal 2002 al 2019 la mortalità è passata dal 3 al 13,5%), uso intensivo di antibiotici, antiparassitari, pesticidi e mangimi potenziati per farli crescere il più possibile e in poco tempo.

Le condizioni di allevamento a cui sono sottoposti i pesci sono un problema anche per noi consumatori: ciò che mangiano, lo mangeremo anche noi; se hanno vissuto in spazi ridotti, avranno carni più grasse, e parte di quel grasso lo mangeremo noi.

Da quanto rilevato dagli studi del WWF, il consumo del salmone sta conoscendo un’espansione simile a quella della carne: fino a 20-25 anni questo avveniva in poche occasioni, principalmente legate al periodo natalizio; ora viene prodotto a ritmi industriali, di circa 2,5 milioni di tonnellate l’anno, rappresentando il 70% del mercato, con una domanda altissima, dagli Stati Uniti all’Europa al Giappone. Per soddisfarla, il mare non basta, infatti è dal 2013 che la maggior parte del pesce che mangiamo proviene da impianti di acquacoltura.

Si pensa che l’aumento nel consumo del salmone sia dovuto alla presa di coscienza riguardo l’impatto della produzione della carne, per cui il pesce viene preferito come fonte di proteine meno dannosa per l’ambiente. Purtroppo questa scelta non è così ecologica come si potrebbe pensare.

Un primo problema riguarda la perdita di biodiversità: sono stati registrati diversi casi in cui i salmoni scappati dalle vasche di acquacoltura, oltre ad aver portato malattie, sono entrati in competizione con quelli presenti in natura o, accoppiandosi con loro, hanno portato all’impoverimento del patrimonio genetico.

L’allevamento comporta poi uno sfruttamento intensivo della pesca nei mari e negli oceani: basti pensare che un quinto del pesce pescato diventa farina e olio di pesce che al 70% viene utilizzato per nutrire i pesci negli allevamenti. Nei paesi dell’Africa occidentale, senza interruzione, vengono pescate sardine il cui unico scopo è rifornire gli impianti di acquacoltura dei paesi industrializzati, che non accennano a rallentare il passo: la Scozia raddoppierà la quantità di pesce entro il 2030, la Norvegia lo quintuplicherà entro il 2050.

Dal punto di vista economico, l’allevamento intensivo ha portato ad una perdita, tra 2013 e 2019, di 50 miliardi di dollari, fra danni legati all’inquinamento, perdita di forza lavoro per esaurimento delle zone di pesca, perdite di esemplari per sovrappopolamento nelle vasche.

Il migliore modo per consumare il pesce rimane quello di usare varietà, rispettando la stagionalità, abituandoci a spendere un po’ di più per avere maggiore qualità.
Dovremmo fare calare la domanda del cibo prodotto in maniera ormai insostenibile così da fare calare l’offerta, sperando che nel tempo aumenti quella del cibo prodotto con più attenzione per noi che lo mangiamo e per l’ambiente che ci circonda. Per ulteriori approfondimenti in tema di sostenibilità ed economia circolare, consulta il sito del progetto Re-consumer, sostenuto da Federconsumatori!

RedazioneFCV