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INSOSTENIBILMENTE CARNIVORI

L’impatto ambientale dell’allevamento nei numeri di uno studio sui più grandi produttori mondiali

Cavalcando l’onda di una rinnovata sensibilità ambientale, le multinazionali del settore alimentare e la grande distribuzione organizzata fanno mostra di obiettivi e strategie green. Andando al di là del marketing, un recente studio prende in esame la produzione mondiale di prodotti animali e delinea un quadro pieno di ombre.

Lo studio, elaborato da FAIRR Initiative, network di investitori che si occupa di allevamento intensivo in rapporto a criteri di responsabilità sociale, considera le attività dei sessanta principali produttori mondiali dal punto di vista della sostenibilità ambientale.

I risultati sono preoccupanti per la distanza rispetto agli obiettivi di sviluppo sostenibile ma forse ancora di più per la totale assenza di strategie, volte a ridurre l’impatto ambientale, riscontrata nella maggior parte dei casi.

Prendiamo le emissioni di gas serra, cui l’allevamento contribuisce per il 14,5% delle emissioni globali, particolarmente quale principale causa delle emissioni di metano, gas serra con un potenziale d’impatto sull'atmosfera superiore di trenta volte a quello della CO2. Il report rivela che su questo fronte il 77% delle compagnie esaminate dev'essere catalogato come «ad alto rischio», mentre solo il 18% delle stesse si pone obiettivi per ridurre le emissioni dirette e legate all'impiego di energia per la produzione.

La situazione è ancora più preoccupante in relazione al consumo delle risorse idriche e alla deforestazione: in entrambi i campi quasi nove compagnie su dieci risultano ad alto rischio.

Il tema della deforestazione, salito alla ribalta delle cronache con l’emergenza incendi che ha colpito la foresta amazzonica l’estate scorsa, è strettamente legato all'allevamento. L’80% di tutti i terreni agricoli è impiegato per il pascolo o per la coltivazione di cereali e soia finalizzati al nutrimento degli animali; il 65% della soia utilizzata per l’allevamento in Europa arriva da Argentina e Brasile e la domanda di soia proveniente dai mercati asiatici è in forte crescita: la combinazione di questi fattori ha contribuito al dato che, per il 2019, quantifica per la deforestazione dell’Amazzonia un incremento del 278%.

Riguardo, infine, al benessere degli animali, tre compagnie su quattro vengono classificate come ad alto rischio e il rispetto degli impegni assunti a riguardo si assesta, in media, nella poco incoraggiante misura del 22%.

A fronte di questi dati, il consumo di carne è in continuo aumento: la FAO prevede un incremento globale dell’85% entro il 2050, mentre le statistiche Eurostat relative alla produzione di pollame in Europa registrano un +25% dall'inizio del decennio.

Iman Effendi, autrice dello studio con il ruolo di research and engagement manager, afferma che gli investitori, i committenti e i commercianti dovrebbero prestare più attenzione al modo in cui i fornitori affrontano i danni climatici che causano – ammesso che, quanto meno, ci provino.

Simili valutazioni risultano più difficili per il consumatore finale, che pure può cercare di informarsi su alcune caratteristiche del prodotto di cui ormai si dà conto in etichetta, quali ad esempio la provenienza dei prodotti animali o le tecniche di allevamento impiegate; una considerazione generale dei costi dell’allevamento per l’ambiente e dell’inevitabilità, allo stato attuale, di molti di questi, può invece indurlo a riformulare alcune scelte ed alcune abitudini riferite al proprio regime alimentare.

Mestre, 10 ottobre 2019