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In vino veritas? Contraffazione permettendo - I grandi marchi veneti alle prese con il falso

È entrata nel vivo la vendemmia 2018, avviata sotto il segno di previsioni di raccolta positive. Secondo la stima effettuata da Coldiretti, la produzione italiana di vino dovrebbe aumentare tra il 10% e il 20% rispetto al 2017, annata tra le più scarse dal dopoguerra a causa della grave siccità.

Nella stima di Coldiretti, oltre il 70% di questa produzione sarà destinata a vini DOCG, DOC e IGT: il settore vitivinicolo, particolarmente in ambito italiano, si caratterizza per l’alta intensità in termini di uso di marchi ed indicazioni geografiche.

Fondamentale risulta quindi, a tutela degli interessi e dei diritti di produttori e consumatori, l’attività di lotta alla contraffazione.

Alcuni dati sulla contraffazione dei vini, pubblicati nel 2016 dall’Ufficio dell’Unione Europea per la Proprietà Intellettuale (EUIPO), contribuiscono a definire l’entità di un fenomeno che per sua natura sfugge a misurazioni dirette. Lo studio si concentra sui costi economici concernenti la produzione (evitando di considerare le conseguenze per il commercio all’ingrosso e al dettaglio), prendendo in esame costi diretti ed ulteriori effetti dannosi causati dalla contraffazione. Il calo delle vendite sofferto dai produttori italiani legittimi risulta essere di  83 milioni di euro annui, cui si sommano gli effetti indiretti che ricadono sugli altri attori della filiera produttiva: includendo nella stima anche la produzione di alcolici distillati, si giunge ad un risultato negativo complessivo pari a 476 milioni di euro all’anno per il nostro Paese, che incide sull’occupazione determinando la perdita di 2740 posti di lavoro.

Il pericolo della contraffazione è particolarmente insidioso per quei marchi che godono di grande popolarità all’estero e che sono protagonisti delle esportazioni, anche tramite i canali sempre più diffusi ed utilizzati dell’e-commerce. Ecco quindi che il fenomeno interessa in modo crescente importanti realtà produttive venete: a maggio, per citare uno dei casi più recenti, una spedizione di migliaia di bottiglie di finto prosecco è stata posta sotto sequestro nella città di Coventry, in Inghilterra. Gli accertamenti effettuati dagli ispettori della Food Standards Agency hanno poi appurato trattarsi di vino proveniente dalla Moldavia: un caso tutt’altro che isolato, in concomitanza con la notevole crescita della domanda di prosecco da parte dei consumatori inglesi.

Per arginare il fenomeno con specifico riguardo ai canali e-commerce, a luglio il Consorzio per la Tutela dei Vini Valpolicella ha stipulato un protocollo di cooperazione con l’Ispettorato centrale repressione frodi (ICQRF) del Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo, nel quale si prevedono azioni di contrasto alla vendita online di prodotti evocanti e usurpanti i nomi “Amarone”, “Valpolicella”, “Valpolicella Ripasso” e “Recioto della Valpolicella” nei principali mercati di destinazione: USA, Regno Unito, Canada, Irlanda e Paesi scandinavi.

Le operazioni dell’ICQRF a tutela delle denominazioni “Amarone” e “Valpolicella” sul web e fuori dai confini nazionali, rende noto il Capo dipartimento ICQRF, sono state 85 negli ultimi due anni; l’intervento del Ministero delle politiche agricole era stato sollecitato dal Consorzio in seguito alla diffusione dei famigerati “wine kit” per la preparazione di vino fai-da-te utilizzando polverine solubili in acqua.

L’accordo prevede, tra l’altro, la nascita di una unità operativa interna al Consorzio, con personale formato dall’ICQRF e specificamente dedicato al monitoraggio web e alla segnalazione della frode, e la collaborazione, ai fini di interventi efficaci contro le vendite fraudolente, con gli organismi di controllo internazionali abilitati al sequestro dei prodotti illeciti.

Mestre, 3 settembre 2018