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Liste d’attesa troppo lunghe? rimborso per i pazienti “costretti” a rivolgersi al privato

La prestazione sanitaria non erogata entro determinati termini dà diritto a ricorrere a prestazioni libero-professionali sostenendo solo il costo del ticket. Esiste una sentenza storica del Tribunale di Lecce che si è espresso in maniera positiva nei confronti di un paziente costretto a ricorrere alle strutture private per degli esami, chiedendo a posteriori il rimborso per le spese mediche sostenute.

La sentenza (la numero 5448 del Tribunale di Lecce del 12 gennaio) riconosce il diritto alla salute sotto un nuovo e specifico punto di vista: il diritto, in caso di emergenza, al rimborso per prestazioni sanitarie effettuate presso privati e non preventivamente autorizzate, laddove si riscontri l’impossibilità di ricorrere a strutture pubbliche.

In realtà esiste un decreto legislativo del 1998, precisamente il numero 124, che detta delle direttive ben precise in materia di liste d'attesa.

In particolare, il comma 10 dell'articolo 3 sancisce che le Regioni sono tenute a disciplinare i criteri secondo i quali i direttori generali delle aziende unità sanitarie locali e ospedaliere devono determinare i tempi massimi che possono intercorrere tra la data in cui una prestazione viene richiesta e quella in cui la stessa è erogata. Tale termine non solo dovrebbe soggiacere a un'adeguata pubblicità, ma andrebbe anche comunicato all'assistito al momento in cui questi presenta la domanda della prestazione.

Il medesimo articolo 3 prevede, peraltro, la possibilità per l'assistito di chiedere che la prestazione venga resa nell'ambito dell'attività libero-professionale intramuraria nel caso in cui l'attesa si prolunghi oltre il predetto limite massimo  e addirittura, in subordine, è possibile ricorrere anche a prestazioni interamente private.

In entrambi i casi, la differenza di costi è posta a carico dell'azienda unità sanitaria locale di appartenenza e dell'azienda unità sanitaria locale nel cui ambito è richiesta la prestazione. Il cittadino si fa carico, invece, del solo costo del ticket.

Il Tribunale di Lecce è stato inflessibile: l’esame è stato effettuato con urgenza e necessità nella struttura privata al fine di evitare pericoli di vita o di aggravamento della malattia o di non adeguata guarigione, quindi la richiesta dei ricorrenti viene accolta.

«Sempre più spesso le strutture pubbliche non sono in grado di garantire i normali accessi agli esami e sono tantissimi coloro che si rivolgono alle strutture private- dice Pippo Greco, segretario regionale del Tribunale dei diritti del malato- La sentenza non avvalora che un concetto facile: il diritto di tutti alle cure mediche. Più che contestare questa sentenza, la struttura pubblica dovrebbe interrogarsi sul proprio modello organizzativo e quindi cercare un modo per essere più efficiente e capace di rispondere in tempi celeri alle domande degli esami».

Per ovviare a tale "dovere", molte ASL stanno ricorrendo ad un illegittimo escamotage: quello di bloccare le liste d'attesa, non accettando le prenotazioni dei cittadini che vengono poste nella condizione di "attesa di entrare nella lista di attesa".

Se, quindi, ci si trova di fronte a una lista d'attesa bloccata, è chiaro che si è dinanzi ad una situazione in cui l'azienda sanitaria non è in grado di ottemperare al suo dovere di garantire un'adeguata tempestività delle prestazioni da rendere. Si tratta, in altre parole, di uno dei casi che danno diritto ad usufruire delle prestazioni in regime intramoenia o, in subordine, in regime privato pagando il solo costo del ticket e ponendo la differenza a carico della ASL. Quindi il cittadino potrà presentare una richiesta al direttore generale dell’Azienda sanitaria avente ad oggetto: “ istanza per usufruire di prestazioni in regime di attività libero-professionale” chiedendo che la prestazione richiesta sia resa in regime di attività libero-professionale intramuraria con onere a carico del servizio sanitario nazionale e che venga fornita tempestiva comunicazione in merito, avvisando che in difetto, la predetta prestazione verrà effettuata privatamente con successiva richiesta di rimborso a carico dell’azienda coinvolta.

Nella sentenza il giudice ha accertato che nel periodo in cui vennero effettuate le spese di cui si è chiesto il rimborso nel territorio di competenza della Asl non vi erano strutture pubbliche dotate di macchine Pet Tac. Mentre invece, in quelle vicine, quegli esami potevano essere eseguiti con dei tempi di attesa di svariati mesi, incompatibili con l’urgenza richiesta dal caso, considerato che i ricorrenti necessitavano di quella prestazione a causa di patologie già diagnosticate.

In simili casi, sottolinea il tribunale viene meno il potere autorizzatorio e discrezionale della pubblica amministrazione non potendo questo essere considerato di maggiore rilevanza rispetto al diritto primario e fondamentale alla salute.

«I tempi di attesa per determinati esami, rimangono abissali. La cronaca più recente parla di attese di quasi un anno per una Tac, per esempio: è chiaro che questi tempi così lunghi sono figli di una struttura pubblica sempre peggio organizzata, con poco personale, sia per seguire la trafila degli appuntamenti, sia proprio nei laboratori o per eseguire gli esami e di queste mancanze ne fanno le spese gli ignari cittadini, costretti a rivolgersi alle strutture private. E dunque, ben venga una sentenza simile”.

Proprio sull’organizzazione degli esami, Greco ha chiesto maggiori controlli: «Oggi disponiamo di una tecnologia in grado di farci sapere subito chi e quando verrà con certezza a quell’esame specifico – dice Greco – Invece, in media, il 50 per cento di chi ha prenotato non si presenta all’esame. Dove questi controlli sono cominciati, per esempio a Siracusa, le liste di attesa si sono accorciate notevolmente ed i tempi di attesa sono molto più brevi».

Mestre, 16 dicembre 2016